INNAMORARSI AD AMSTERDAM (di Amsterdam)

È successo. Mi sono innamorato di Amsterdam. La città mi ha fatto troppe avances e alla fine io ho ceduto.Quando è successo? Ieri sera. Come? Crociera sui canali. Irresistibile.

Non so se avete mai visitato la capitale dei Paesi Bassi 🇳🇱, nel caso ve lo consiglio caldamente. Amsterdam non sarà la capitale europea più grande, non sarà quella con più opere d’arte o monumenti, ma fidatevi che si respira un’atmosfera davvero stupenda. E una delle attività più incantevoli che si possono fare è proprio la crociera sui canali della “Venezia del nord“. Noi abbiamo deciso di farla verso sera, in modo da poter godere del tramonto durante il tragitto, scelta azzeccatissima. La luce ha accarezzato le nuvole per poi lasciarle per sempre, dopodiché è sceso il buio mentre la voce dell’audioguida scorreva nelle orecchie. Ma la città non mi aveva ancora del tutto conquistato. Poi si è messo a piovere. È scoppiato un temporale mentre noi eravamo ancora sul battello, e in quel momento Amsterdam mi è entrata nel cuore. Si è venuta a creare un’atmosfera irresistibile, coi ponti ad arco illuminati da piccole luci e la vista dai finestrini annacquata da piccole lacrime di pioggia. E io ero proprio lì, ad ondeggiare sull’acqua dei canali di quella che secoli fa è stata la città portuale più ricca e florida del mondo

LIBRI DELUDENTI E PERDITA DI TEMPO

Una delle cose che più mi fanno arrabbiare sono i libri BRUTTI, NOIOSI e MEDIOCRI. Capiamoci, ognuno ha i propri gusti e le proprie opinioni, ma è innegabile che alcune storie siano state scritte o sviluppate male. Ma perché nutro tanto astio nei confronti di tali opere aberranti?


La prima cosa che mi fa veramente girare le scatole è il fatto di sottovalutare il mezzo espressivo del libro, del tipo che se uno non sa cosa fare può scrivere una storia qualsiasi e pubblicarla. Come scrissi in questo articolo: il libro è un mezzo d’espressione tanto potente e magnifico, che senso ha sprecare un’occasione simile per dare la luce ad una storia senza né capo né coda?”
Sento molto questo argomento in quanto aspirante scrittore, in quanto ragazzo che cerca in tutti i modi di creare trame avvincenti ed originali, in quanto persona che da fondo a tutta la propria creatività per riuscire a scrivere storie degne di un romanzo. E poi mi ritrovo a leggere volumi mediocri che non sono altro che mancanze di rispetto nei confronti dei lettori, nei confronti degli altri scrittori e nei confronti della propria creatività.

Se il primo punto (con molto sforzo e solo in certi casi) potrei anche accettarlo, il secondo NO, e sapete perché? Perché per il secondo punto non c’è rimedio.
Anche se si scelgono accuratamente le proprie letture, si incapperà prima o poi in un libro, in una storia che non ci ha lasciato nulla, in una trama insignificante e mediocre. È pura statistica, non si possono trovare sempre libri di proprio gradimento. Tuttavia, non mi riferisco a quelle opere che non ci sono piaciute ma che comunque sono state scritte e pensate in maniera professionale, no, mi riferisco a tutte quelle scritte con i piedi. Ecco, questi libri, questi “romanzi” sapete cosa sono? Sono dei LADRI DI TEMPO. Ti portano via la cosa più preziosa a tua disposizione, e non te ne restituiranno mai. Ore della propria vita buttate per la lettura di tali schifezze, ore che non torneranno mai più e che avrebbero potuto esser investite in qualcosa di più produttivo ed appagante. Questa è un’altra delle enormi responsabilità di una persona creativa: far sì che le proprie opere valgano il tempo dello spettatore, far sì che dopo aver speso attimi della propria vita ad ammirare ed analizzare il lavoro che si è fatto, le persone ne escano arricchite, far sì che possano affermare di aver investito a dovere il proprio tempo.

Voi cosa ne pensate? È un pensiero un po’ drastico o è condivisibile? Avete mai provato la sensazione di essere defraudati del vostro tempo da opere mediocri? Fatemelo sapere nei commenti!

Peace✌

KODALINE: Brother

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Album: singolo – Durata: 3.22 min – Anno: 2017 – Ascoltala quiVIDEO UFFICIALE

Oggi vi presento una canzone del quartetto irlandese Kodaline, che hanno pubblicato un paio di mesi fa questo capolavoro di canzone. Un brano in cui il testo e la musica si uniscono in un unico connubio di bravura e potenza espressiva. Ho perso il conto di quante volte mi sono commosso nell’ascoltarla, sarà perché ho sia una sorella maggiore che un fratello minore, sarà perché il gruppo è veramente bravo, sarà per quel che vi pare, ma a me Brother fa sempre venire la pelle d’oca.


When we were young
We were the ones
The kings and queens
Oh yeah we ruled the world
We smoked cigarettes
Man no regrets
Wish I could relive
Every single word

Quando eravamo giovani
Eravamo noi
I re e le regine
Oh sì, dominavamo il mondo
Fumavamo sigarette
Amico, nessun rimpianto
Vorrei poter rivivere
Ogni cosa

La canzone si apre con grande semplicità. Il testo introduce l’ascoltatore all’atmosfera malinconica dell’intero brano. Vi è particolare attenzione per quanto riguarda il periodo dell’infanzia, un periodo stupendo nel quale i piccoli fratelli intessono un legame scevro di tutte le artificiose costruzioni della vita adulta. Un periodo nel quale il germoglio di una nuova vita sboccia in tutta la sua dolcezza, un periodo in cui ci si può mettere un mantello e divenire un re o una regina.

We’ve taken different paths and traveled different roads
I know we’ll always end up on the same one when we’re old
And when you’re in the trenches and you’re under fire I will cover you

Abbiamo intrapreso percorsi differenti e viaggiato su strade diverse
So che resteremo sempre gli stessi anche quando saremo vecchi
E quando sarai in trincea e sotto tiro io ti coprirò

La seconda strofa è certamente più d’impatto. Dall’idillo dell’infanzia si passa alla vita adulta, una vita che ha visto una separazione tra i due fratelli. Ma tale allontanamento ha solo caratteristiche fisiche, riguarda solo i luoghi, perché, per quanto ci si sforzi, non si può certo smettere di essere fratelli. Passeranno gli anni, cambieranno i posti, ma due persone legate da una relazione simile, non cambieranno mai, tra loro vigerà sempre un rapporto di fratellanza, uno dei più potenti legami umani, nonché uno dei più sinceri. La metafora della trincea, della guerra, cade a pennello: non conta quanto sia grande la minaccia, i fratelli resistono.

If I was dying on my knees
You would be the one to rescue me
And if you were drowned at sea
I’d give you my lungs so you could breathe

I’ve got you brother [x4]

Se morissi in ginocchio
Saresti stato tu a salvarmi
E se tu stessi annegando in mare
Ti darei i miei polmoni per farti respirare

Ho te fratello [x4]

Il ritornello esplode d’affetto fraterno. I fratelli sono sempre pronti a dare tutti se stessi per l’altro, perché quest’ultimo non è visto come persona estranea, bensì quasi come un prolungamento della propria identità. Un legame talmente invincibile e totalizzante che indurrebbe anche a donare i propri polmoni, la propria aria per il proprio fratello. E lasciatemi dire che non c’è niente di più vero. Ammetto che le due persone a cui voglio più bene al mondo siano mia sorella e mio fratello, punto e basta.
L’ultimo verso, “I’ve got you brother” nella propria semplicità è quello più espressivo e complesso della canzone. L’espressione inglese si può tradurre infatti in 3 modi:
1– “Ho te, fratello” la più semplice, ma non per questo banale. Viene sintetizzato tutto il sentimento in poche parole, con un solo verbo. Più che un’esclamazione, io la intendo come una considerazione, un voler rimarcare ciò che si è appena detto.
2– “Ci sono io, fratello” e quindi sempre l’idea del legame fraterno che diviene indissolubile.
3– “Ti guardo le spalle, fratello” una perifrasi che tuttavia combacia alla perfezione con l’immagine della trincea e del fuoco nemico menzionate prima. Sono sempre semplici frasi, non sono versi elaborati o particolarmente complessi, ma è in questo stile che la canzone trova il suo punto di forza.

Oh brother, we go deeper than the ink
Beneath the skin of our tattoos
Though we don’t share the same blood
You’re my brother and I love you, that’s the truth

We’re living different lives, heaven only knows
If we’ll make it back with all our fingers and our toes
5 years, 20 years come back, we’ll always be the same

Oh fratello, il nostro legame è più profondo dell’inchiostro
Sotto la pelle dei nostri tatuaggi
No non abbiamo lo stesso sangue
Tu sei mio fratello e ti voglio bene, è questa la verità

Stiamo vivendo differenti vite, solo Dio sa
Se ce la faremo a tornare con le nostre mani e piedi
5 anni, 20 anni, torneremo, saremo sempre gli stessi

E con la seconda strofa si chiude la recensione. Vorrei soffermarmi sul primo verso, a mio parere il più poetico ed espressivo di tutta la canzone, “Un legame più profondo dell’inchiostro sotto la pelle dei nostri tatuaggi”. Meraviglia. E con la meraviglia anche tante mie lacrime (pianto di un fratello commosso). “Tu sei mio fratello e ti voglio bene, è questa la verità“. Questa frase sembra coniata apposta per tutte le volte che si litiga. Eh sì, perché comunque essere fratelli non vuol dire solo affetto, ma anche tanti litigi. Litigi nei quali a volte si dicono cose che non si vorrebbero, e queste poche parole, quasi fossero eterne, ricorderanno sempre la verità e ciò che davvero conta.
Negli ultimi versi si ritorna poi al riferimento alla vita adulta, che spesso porta anche molte incognite: “Ce la faremo a tornare?”. E anche se certe volte vince il dubbio (solo Dio sa) alla fine rimane la sicurezza che due persone che hanno condiviso tanto nella loro vita, sono destinate prima o poi a ritrovarsi.

Voi avete fratelli/sorelle? Vi ritrovate in quanto scritto? Vi piace la canzone? Ne avevate già sentito parlare o no? Fatemelo sapere nei commenti!

Peace✌

RISCHIARE LA VITA AD AMSTERDAM

Sono arrivato da poche ore nella capitale dei Paesi Bassi, ma sono già riuscito a fare diverse figuracce grazie al mio innato talento. Non sembra, ma per mettersi sempre e comunque in imbarazzo ci vuole una certa abilità

Tralasciando il fatto che sto scrivendo da un tram saturo di persone ed il voluminoso lato B di una ragazza mi sta fagocitando il braccio (ho paura), vi racconto di cosa mi è successo poco fa. Come saprete, Amsterdam è famosa per le biciclette 🚲, e di conseguenza vi sono svariate piste ciclabili. Il problema è che alcune non sono segnalate da cartelli chiari, e difficilmente si riescono a distinguere dal marciapiede. Camminavo tranquillo su una di queste, ignaro dei pericoli che stavo correndo. Perché? Vi chiederete voi, risposta: su queste piste possono circolare anche moto, motorini e scooter. Ho capito che qualcosa non andava quando un motociclo stava per investirmi… ops

Fortunatamente le persone qui sono educate, ed il ragazzo alla guida non mi ha riempito di insulti (in Italia probabilmente tutta la mia dinastia sarebbe stata maledetta con i peggiori anatemi) e mi ha spiegato in un inglese fluente il tutto. 

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E anche oggi sono riuscito a sopravvivere.

Peace ✌️ 
P.S. ho pensato di condividere con voi qualche mia esperienza qui ad Amsterdam per non lasciare il blog senza alcun post per diversi giorni, vi piace come idea? 🤔

Piccolo aggiornamento (2)

Salve a tutti! Poche righe per informarvi di un fatto: dal 18/08/17 al 22/08/2017 soggiornerò nell’incantevole Amsterdam, capitale dei Paesi Bassi.
Data questa mini-vacanza, non so se riuscirò a pubblicare con la solita regolarità, per cui se non mi sentirete per qualche giorno state tranquilli: non sono morto, non ancora almeno.

 

Peace✌

EVERYMAN: il decadimento

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Autore: Philip Roth – Casa editrice: Einaudi – Genere: Romanzo – Pagine: 123

Questo non è per nulla un libro facile, né da leggere né da recensire e penso non sia stato nemmeno semplice da scrivere. Quando lo presi per le mani la prima volta lo giudicai un romanzo veloce da leggere essendo così poche le pagine, ma come mio solito ero in errore. La pesantezza di certi paragrafi è qualcosa di affascinante, lo scrittore è riuscito ad incanalare in così poco spazio una storia tutt’altro che scontata e banale.


Perché questo libro ha una copertina completamente nera? Risposta: parla di morte.
Perché questo post ha come immagine quella di un orologio infinito? Risposta: il protagonista è in continua lotta con il tempo ed il decadimento della propria persona.
Potrei finire qui la recensione.

Quando ho affermato che Everyman non fosse banale, non intendevo certo per i fatti narrati. Semplicemente, parla della vita di un uomo di cui non sappiamo nemmeno il nome (primo colpo di genio del romanzo, celare l’identità del protagonista). Una persona che, come ho scritto prima, è in continuo contrasto con il tempo che avanza e il suo corpo che marcisce, la sua moralità che si deteriora, la sua vita che prende direzioni che lui non desidera, il tutto in una battaglia incessante. Uno scontro che vedrà come vincitrice proprio la morte, il nulla. Indovinate qual è l’incipit del libro? I funerali del protagonista.

Le pagine sono veramente intense, infarcite di malinconia e rimpianto. Un’opera che a mio parere va letta in piccole dosi, in brevi sedute in cui ci si concentra veramente sulla lettura, perché il desolante messaggio del testo deve essere recepito e compreso fino in fondo. Potreste pensare che Everyman sia un romanzo che lascia dietro sé scie di negativismo e pessimismo nei confronti della vita, un libro consacrato alla tristezza, ma NON è così.
Sono solo un ragazzo, ho ancora tutta la vita davanti, ma non per questo non sono riuscito ad immedesimarmi in un protagonista la cui vita è costellata da errori e sbagli, e che si ritrova a trascorrere la vecchiaia in un banale centro per anziani. Struttura che all’inizio rientra nelle sue corde, ma che a poco a poco si trasforma in una prigione piena di individui decaduti, colma di persone che sono solo un ricordo sbiadito della vita, e ciò lo fa impazzire. L’uomo è dominato dal rimpianto di non aver vissuto a pieno la propria esistenza, commuoventi sono i paragrafi in cui si ricorda del proprio corpo giovane e della propria stupenda vita da ragazzo. Roth lancia un messaggio potentissimo: VIVERE! BISOGNA VIVERE!

Sembra un paradosso, ma è proprio così. Impossibile non essere impressionati, sdegnati ed incoraggiati dal protagonista a vivere veramente. E un libro in grado di trasmettere messaggi del genere, non può che non essere un buon libro. Pesante, malinconico e desolante, ma allo stesso tempo incoraggiante e stimolante.

Perse conoscenza sentendosi tutt’altro che abbattuto, tutt’altro che condannato, ancora una volta impaziente di realizzare i propri sogni, ma ciò nonostante non si svegliò più. Arresto cardiaco. Non esisteva più, era stato liberato dal peso di esistere, era entrato nel nulla senza nemmeno saperlo. Proprio come aveva temuto dal principio.

Voi cosa ne pensate? L’avete letto o no? Ne siete incuriositi? Avete dei consigli da darmi riguardo le recensioni o riguardo libri da leggere? Fatemelo sapere nei commenti!

 

Peace✌

JOVANOTTI: le tasche piene di sassi

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Album: Ora – Durata: 3.33 min – Anno: 2011 – Ascoltala quiVIDEO UFFICIALE

 

Oggi vorrei iniziare una nuova rubrica inerente alla MUSICA. Recensire una canzone è decisamente più difficile rispetto ad un libro, ma ci voglio comunque provare. Non sono di certo la persona più adatta per parlare di sinfonie e strumentali, voglio focalizzare l’attenzione sul testo dei vari brani, testi che spesso sono vere e proprie POESIE.
Come sceglierò i pezzi? Semplice: si apre Spotify, si va su “Brani” e si pigia su “Riproduzione casuale”🎵

Tutti pronti? Si parte✌


Il mio amore per Jovanotti non è certo un segreto, già in questo articolo vi ho parlato di questo artista fantastico sotto un punto di vista letterario, ed oggi analizzeremo una delle sue canzoni più nostalgiche e poetiche: LE TASCHE PIENE DI SASSI.

Volano le libellule
Sopra gli stagni e le pozzanghere in città
Sembra che se ne freghino
Della ricchezza che ora viene e dopo va
Prendimi non mi concedere
Nessuna replica alle tue fatalità
Eccomi son tutto un fremito ehi

Già dal primo verso possiamo intuire il mood della canzone, ovvero quello di un brano che si focalizza su immagini tanto semplici quanto malinconiche ed espressive, genuine come l’amore di una mamma, a cui Jovanotti dedica il pezzo. Durante la lavorazione del disco infatti, sua madre morì vinta dalla malattia, e dal dolore della perdita e dal senso di smarrimento nacque questa (fantastica) canzone.
Con il richiamo all’immagine delle libellule il cantante vuole sottolineare quanto siano effimere e prive di senso le questioni su cui ci arrabattiamo ogni giorno, come appunto la ricchezza. Faccende che magari ci sembrano anche importanti o fondamentali, ma che dopo un trauma come quello della morte di un genitore ci appaiono come marginali e stupide. Si finisce con l’adottare la filosofia della libellula, che vede il mondo umano da una prospettiva estranea e distaccata, prospettiva che le permette di dare peso alle questioni veramente degne di attenzione.

Passano alcune musiche
Ma quando passano la terra tremerà
Sembrano esplosioni inutili
Ma in certi cuori qualche cosa resterà
Non si sa come si creano
Costellazioni di galassie e di energia
Giocano a dadi gli uomini
Resta sul tavolo un avanzo di magia

In questa strofa si continua con il sottolineare quanto le faccende della vita siano mutevoli e cangianti (la ricchezza che ora viene e dopo va, le musiche che passano) alcune, come appunto le musiche, sono destinate sì a scomparire, ma non prima di aver lasciato qualcosa nei cuori di coloro che le hanno ascoltate davvero. E qui si può tracciare un semplice parallelismo che vede le musiche come le persone: così come un artista si impegna al massimo per comporre una canzone che sarà destinata a scomparire, così una persona (come appunto una mamma) da tutta se stessa per un altro individuo. Ad un pubblico esterno tutto ciò potrebbe sembrare senza senso, potrebbero sembrare delle esplosioni inutili, ma colui che ha ricevuto tutto da quella persona ne sarà per sempre grato, resterà qualcosa nel suo cuore. L’immagine degli uomini che giocano a dadi richiama l’imprevedibilità della vita, un’esistenza imperscrutabile che tuttavia ha anche qualcosa di stupendo, di magico.

Sono solo stasera senza di te
Mi hai lasciato da solo davanti al cielo
E non so leggere, vienimi a prendere
Mi riconosci ho le tasche piene di sassi

Sono solo stasera senza di te
Mi hai lasciato da solo davanti a scuola
Mi vien da piangere
Arriva subito
Mi riconosci ho le scarpe piene di passi
La faccia piena di schiaffi
Il cuore pieno di battiti
E gli occhi pieni di te

Arriviamo poi al ritornello, dove la tristezza della perdita e il richiamo all’essere bambino esplodono in un’unica poesia. Solitudine. Ma non una solitudine qualunque, quella desolante e senza fondo che può provare solo un bimbo quando non trova più i propri genitori, un piccolo smarrito nella complessità dell’esistenza, nell’enormità del cielo. Un bimbo che non sa leggere, ovvero che non riesce ad interpretare i segnali della vita, un bimbo che piange davanti alla scuola, all’infanzia e al ricordo della madre. Un bimbo che in verità è cresciuto: ha le scarpe piene di passi (ovvero è pieno di esperienze), la faccia piena di schiaffi (delusioni), il cuore pieno di battiti (persone da amare) e gli occhi pieni dell’immagine della mamma.
Le tasche piene di sassi simboleggiano la pesantezza del momento, una perdita che tenta di buttare giù in tutti i modi il bambino rimasto solo, una perdita difficile da digerire e che pesa in modo indicibile sul suo fragile essere.

Sbocciano I fiori sbocciano
E danno tutto quel che hanno in libertà
Donano non si interessano
Di ricompense e tutto quello che verrà
Mormora la gente mormora
Falla tacere praticando l’allegria
Giocano a dadi gli uomini
Resta sul tavolo un avanzo di magia

L’immagine del fiore richiama ancora alla mamma, che dona tutto per i propri figli senza pretendere nulla in cambio, una madre che da senza riserve tutta se stessa per i propri bambini. La gente, l’esterno, la vita, spesso possono essere inospitali, aspri, duri, la gente mormora, sparla, mente: tutto il contrario della genuinità e della dolcezza della mamma. E l’unico modo per far tacere tutte quelle voci, è quello di praticare l’allegria. La simpatia, il saper far sorridere sono intesi quasi come atti artificiali e costruiti solo col fine di nascondere un’insicurezza, la sofferenza.

Siete d’accordo con quanto detto? Vi è piaciuta come canzone? Ne avete qualcuna da consigliarmi? Avete qualche consiglio/critica costruttiva per migliorare il format? Fatemelo sapere nei commenti!

 

Peace✌

STEVE JOBS: tra rivoluzione e fallimento

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Anno: 2015 – Durata: 122 min. – Genere: biografia – Regia: Danny Boyle

La figura di Steve Jobs è sicuramente una delle più affascinanti e carismatiche della nostra epoca, così, quando mi venne proposto di guardare questo film, non esitai. Credevo di trovarmi davanti alla (solita) pellicola-biografia che racconta la storia di un uomo quasi miticizzato, dagli umili inizi in un garage allo strabiliante successo planetario. Beh, mi sbagliavo.


Il film Steve Jobs ha una struttura quantomeno particolare. L’intera trama si articola secondo tre presentazioni (1984, 1988, 1998) che hanno segnato profondamente sia il protagonista che l’azienda leader quale diverrà Apple passando proprio per tali fatidici eventi. Come scritto anche prima, mi aspettavo una biografia ben più lineare, che ripercorresse a grandi passi i circa 30 anni che hanno portato l’azienda della mela a diventare una delle realtà più importanti dei giorni nostri. Ed è proprio qui che il film mi ha stupito in positivo ed ai miei occhi è passato dall’essere “carino” a “molto, molto interessante“.

La pellicola non cerca in tutti i modi di glorificare la figura leggendaria di Jobs innalzandolo e consacrandolo a dio, anzi. Il film ci mostra l’ansia, i timori, la determinazione ed il caos che hanno travolto il protagonista prima d’ogni presentazione. Il regista ha sottolineato il lato umano dei propri personaggi, li ha resi vivi, carismatici. Una storia che mostra sia i successi che i fallimenti dell’uomo che in un modo o nell’altro ha finito col rivoluzionare il mondo della tecnologia.

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Fin dalla presentazione del Macintosh 128K (1984) emergono le caratteristiche portanti del protagonista, un individuo dai tratti geniali e incredibilmente ironico, ma contemporaneamente dotato di una cattiveria e di un’ambizione che lo portano a ferire le persone che gli stanno vicine. Un uomo implacabile pronto a tutto per raggiungere i propri obiettivi, spinto da un maniacale attaccamento per il controllo, l’equilibrio e l’ordine. Il minimo imprevisto lo sconvolge, tant’è che minaccerà più volte di mandare tutto all’aria per dei semplici e minuscoli inconvenienti. Ci vengono presentati anche gli altri personaggi principali, fra cui la mitica Joanna, segretaria di Steve, e l’unica persona in grado di tenergli testa e di farlo ragionare, impossibile non affezionarsi a questa donna fantastica e non ammirare il rapporto d’amicizia che vige tra lei e Jobs. Abbiamo poi l’ex-fidanzata Chrisann con la quale Jobs ha avuto la figlia Lisa, altre due figure femminili cardini nella sua vita e con le quali è continuamente in conflitto. In particolare, il film si concerta tra il rapporto padre-figlia tra Steve e Lisa, rapporto che giungerà ad un equilibrio solo alla fine della storia.
Il tempo, giunge ed è arrivato il momento della prima presentazione. Le aspettative sono altissime. Le luci si spengono, Jobs sale sul palco sicuro che sarà un successo. E invece fallisce clamorosamente.

 

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Steve Jobs e la segretaria Joanna in una delle loro (innumerevoli) discussioni.

Ecco il primo colpo che il film sferra allo spettatore. Siamo abituati a vedere Jobs come una persona geniale dalla vita costellata da successi e ricchezza, ma non è così, almeno fino al 1998. Le prime due presentazioni vedranno uno Steve sconfitto ed umiliato, profondamente in crisi, e ciò mi ha fatto davvero molto piacere, mi ha fatto capire che il film fosse tutt’altro che scontato.
Nel corso del film verranno poi anche approfonditi i vari rapporti tra i personaggi, da quello tra il protagonista e Wozniak, amico e compagno con cui fondò l’Apple, a quello tra Steve e il mentore Sculley, che aiutano a donare alla storia la giusta profondità emotiva.

In conclusione, devo dire che Steve Jobs mi ha davvero stupito. Certo, non ho gridato al miracolo e non sostengo che sia il migliore film che abbia mai visto, ma rimane comunque un’ottima visione. Insomma, ci sarà un motivo se è stato sommerso da riconoscimenti…

Voi lo avete mai visto? Cosa ne pensate? Vi incuriosisce come film? Siete d’accordo con ciò che ho scritto? Fatemelo sapere nei commenti!

Peace✌

IL PROFUMO DEI LIBRI

La stanza è silenziosa, si sente solo il respiro accennato del lettore rapito dalla storia del libro che sta leggendo, poi arriva quel momento. L’attimo in cui si decide di tuffare il viso tra le pagine ingiallite del volume, in cui si aspira l’essenza cartacea del romanzo, in cui il profumo indescrivibile della trama pervade ogni senso. Quanto è bella questa sensazione?


Oggi parliamo di uno degli aspetti più particolari dei libri. Un particolare che esula dalla storia narrata, dall’autore del volume, dalla casa editrice o dal numero delle pagine, ma che è indissolubilmente legato alla sua natura cartacea. Quindi, accaniti lettori di e-book, provvedete subito e affondate il naso nel primo libro di carta che trovate in giro per casa, non ve ne pentirete.
Vi sono infinite sfumature che un profumo può adottare, sulla mia libreria ho un libro che profuma di mare e di estate, uno che profuma di casa e di inverno, un altro che sa di notte e silenzio, e non sto scherzando. L’aroma inconfondibile di un volume è dato anche dal luogo in cui la lettura viene consumata, dal tempo in cui essa viene effettuata, dalla stagione e così via. Ma lasciando da parte tutte queste variabili, possiamo fare una generale distinzione tra due tipologie di profumo: quello dei libri nuovi  e quello dei libri vecchi.

Il profumo dei libri nuovi è qualcosa di inimitabile. Fresco, vibrante di inchiostro e denso di promesse. È l’odore di una stampa recente, di pagine nuove e perfettamente tagliate, di una rilegatura giovane e forte, di una storia che attende di essere scoperta ed amata. Ammettetelo, anche voi quando andate alla Mondadori tuffate il volto fra la carta delle centinaia e centinaia di nuovi  volumi, per poi essere guardati male da chi vi sta vicino (ma questa è un’altra storia).

Il profumo dei libri antichi è qualcosa di insuperabile. È come se con lo scorrere degli anni l’aroma stagionasse e divenisse ancora più intenso ed avvolgente. Un profumo esotico, l’essenza della carta ingiallita e dell’inchiostro sbiadito. Il volume assume la fragranza della storia che nasconde al suo interno, le pagine ne vengono intrise, vengono intinte del sapore travolgente dell’avventura, di una trama partorita chissà quanti anni fa, ma che incanta ancora il mondo. Un profumo penetrante, che a volte assomiglia a quello della menta. Per le persone allergiche come me, tuttavia, sniffare i libri antichi potrebbe avere forti controindicazioni, serie di starnuti leggendari che fanno vibrare la casa (ma anche questa è un’altra storia).

Vi lascio con una citazione del capolavoro di Bradbury, Fahrenheit 451:

Sapete che i libri hanno un po’l’odore della noce moscata o di certe spezie d’origine esotica? Amavo annusarli, da ragazzo. Signore, quanti bei libri c’erano al mondo un tempo, prima che noi vi rinunciassimo!

 

Voi cosa ne pensate? Che profumo hanno per voi i libri? Preferite l’aroma dei libri nuovi o quello dei libri vecchi? Fatemi sapere la vostra nei commenti!

 

Peace✌

CHIEDI ALLA POLVERE: capolavoro.

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Autore: John Fante – Casa editrice: Einaudi – Genere: Romanzo – Pagine: 194

 

Questo romanzo è come l’estate: dolce, stupendo, intenso, scorre in un lampo, e quando è finito ti lascia una sensazione di impercettibile malinconia, il rimpianto di aver concluso una storia fantastica.


Non so voi, ma io questo libro non l’avevo mai sentito nominare, lo scovai alla Mondadori, lessi la trama e mi incuriosì. Decisi di comprarlo. Poche volte ho fatto una scelta tanto saggia. Non capisco il perché non sia acclamato e conosciuto da ognuno come capolavoro della letteratura americana del ‘900. Internet gronda di informazioni riguardanti questo titolo, ma io non l’avevo mai sentito nominare dal vivo, da qualche appassionato lettore, da qualche bibliofilo, mai.

Andiamo con ordine e cominciamo a prendere in esame la scrittura. L’italo-americano John Fante ci sa davvero fare, è un esempio cristallino di prosa avvolgente, carica di una straordinaria potenza espressiva ma allo stesso tempo scorrevole e non artificiosa. Brividi. Quasi ad ogni pagina mi soffermavo a rileggere un’espressione, una parola, una descrizione che mi aveva catturato ed affascinato. La storia e la scrittura legano perfettamente insieme rendendo Chiedi alla Polvere un libro sublime.

La storia è delle più semplici. Arturo Bandini, il protagonista, è un italo-americano che sogna di diventare uno scrittore di successo, e giunge a Los Angeles in cerca di ispirazione, a caccia di esperienze di vita da mettere nero su bianco nelle pagine dei propri racconti. Mentre si trova in un piccolo bar della città, conoscerà la cameriera Camilla Lopez, altro personaggio portante della trama, con cui intreccerà una relazione amorosa tormentata. Fine. Sembra una storia banalissima, e forse lo è, ma John Fante ha saputo trasformarla in qualcosa di assolutamente imprevedibile e incantevole. Come scrissi in questo articolo, “è uno dei compiti di uno scrittore degno di questo nome rendere intrigante ed avvincente la realtà di tutti i giorni” e l’autore di Chiedi alla Polvere vi riesce alla perfezione.

Veramente poche volte sono riuscito ad instaurare coi personaggi di un romanzo un’empatia tanto diretta e coinvolgente, Fante è addirittura riuscito a farmi commuovere, e fidatevi che io non sono uno che piange spesso, specie per i personaggi di un libro. Ciliegina sulla torta, questo è uno dei pochi libri che ho letto dotato di una conclusione degna di questo nome, che termina in modo dignitoso la storia e scocca un ultimo colpo di malinconia e meraviglia al lettore. Vi lascio con una citazione dell’autore:

Così ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dell’idea che felici fossero quelli che si affannavano e voleva essere dei loro.”

 

Voi lo avete letto? Se sì, cosa ne pensate? Se non lo avete fatto, siete incuriositi? Avete già letto qualcos’altro dell’autore da consigliarmi? Fatemi sapere la vostra nei commenti!

 

Peace✌